16 mag 2017

Il doppio gioco di Lucio Battisti

Difficile dire cosa avrebbe composto oggi Lucio Battisti, probabilmente qualcosa di interessante e forse-lui che aveva parecchio sperimentato- anche originale.
Sta di fatto che dei venti album in studio- tra il 1969 e il 1994- del mitico c'è una dicotomia spaventosamente bella.
Chiunque ami la musica leggera ha ascoltato e gustato il musicista di Poggio Bustone e sa certo che quattordici di quei venti dischi sono stati scritti con lui, supremo cantore, alle musiche e l'epico e svenevole (nel senso migliore del termine) Mogol ai testi. E se già si poteva vedere dal quarto album, Amore e non amore del 1971, una non piccola evoluzione musicale (e resta d'altronde per i testi uno dei due dischi battistiani propriamente politici; l'altro-ma in maniera molto più sfuggente- sarà Anima Latina, del 1974) c'è da dire che tendenzialmente i testi mogoliani sono stati cristallini come un refolo di vento: erano tempi duri- criticamente parlando- per il duo, visto che allora (dai primi anni settanta per circa un decennio) chi più chi meno scriveva guardando la realtà politica (De Andrè, Dalla, Venditti, De Gregori, Lolli, Gaetano, Guccini, il precursore Celentano, per restare ai più rappresentativi del cantautorato). C'era poi questo filone romantico, del tutto nuovo nelle sonorità e anche abbastanza nel linguaggio- una corrente che troverà l'epigono migliore- pur con tutti i suoi limiti- in Baglioni, e poi in Venditti. Ecco, Lucio Battisti fu il leader incontrastato di una musica non commerciale in senso stretto e allo stesso tempo classica e moderna assieme: rielaborava cose già dette- nei suoni e- Mogol- nei testi, per farle sue. Si, uno come Lucio sarebbe piaciuto a Tarantino. Questa epopea romantica- otto canzoni su dieci, un capolavoro- si ferma con il colpo di reni imperiale e stilisticamente perfetto di Una giornata uggiosa. E' il 1980, è (quasi) passato il peggio del terrorismo rosso, delle stragi di stato; l'Italia combatte- e barcolla- tra voglia di modernità (di quegli anni i primi topless) e radici cattoliche. E' passato, non troppo sferzante ma fastidioso, anche l'urlo della critica malevola che, oltre a dare a Battisti del destrorso (che allora era come dare del bandito a qualcuno- tempi “gloriosi” a cui ci stiamo paurosamente riavvicinando) considerava quelle “canzoni per parrucchiere”. Già tradendo l'equivoco snobistico per cui una, per dire, parrucchiera non capisce niente di musica leggera, forse distratta dalle messe in piega. Diceva, vado a memoria, Montanelli “Per vedere se un personaggio funziona per il popolo basta osservare se verrà incensato o meno dai salotti: qualora lo sia è quasi certo che farà fiasco con gli elettori.” Ora, trasmigrata dall'ambito politico a quello musicale, questa considerazione si attaglia a Battisti che- divorato dalle offese feroci- e poco motivate- di molta critica (per non parlare della Rai che lo osteggiò perchè "non aveva voce") divenne nel giro di pochi anni tra i primi due o tre “cantautori” di maggior successo in Italia.
Quando il sodalizio con Mogol finisce c'è un disco- è il 1982- chiamato E già, i cui testi sono scritti da Velezia (pseudonimo della consorte di Lucio). Lavoro, con un pò di sforzo, non così dissimile da quei cinque album più o meno concept che ogni biennio (1986-94) vedranno il nostro eroe musicale lavorare sui testi (tranne nel primo Don Giovanni, dove i testi succedono alle musiche) fornitogli da Pasquale Panella. Sono forieri di un linguaggio più astruso che arcaico- che conosce i suoi picchi proprio con Don Giovanni, il successivo L'apparenza (il mio preferito di quel periodo, e tra i cinque o sei in assoluto di L.B) ma anche l'ultimo, Hegel, un capolavoro conclusivo. Più sfumato il risultato di Cosa succederà alla ragazza- anno 1992- che è l'unico tra nel pentateuco battistan-panelliano ad avere un certo sapore gotico, notturno, che comunque non lascia indifferenti. Forse l'unica testimonianza poco riuscita di questo secondo periodo è quel La sposa occidentale (1990), che sposta sull'accelleratore il discorso grottesco (del linguaggio). Il tutto permeato sonoramente (è proprio il caso di sottolinearlo) da un ricorso all'elettronica nè casuale nè tantomeno modaiolo, ma piegato a un linguaggio musicale desueto fino ad allora per l'Italia (a parte alcune cose di Battiato).
Cosa accade allora allo scrivente, appassionato battistiano da bambino, inizialmente perplesso poi con fervore (grazie Papà) ? Accade che se si ascoltano per settimane i dischi della produzione battipanelliana, viene poi voglia di passare al L.B popolare, quello di mare nero mare né, e tutte le canzoni da spiaggia (non ancora deturpata). Così come l'incontro in dosi massicce con il soave Battisti pop- quello che andava pure a Sanremo -quando su quel palco c'erano artisti veri- ci riporta dopo un po' a voler riassaporare i giochini linguistici (ed elettronici, appunto) del Lucio 1986-94, che poteva ormai permettersi di non fare più concerti, o di apparire in tv, di dare ad un disco il nome di un fllosofo palloso e di non capire lui stesso- ci sono dichiarazioni in proposito- ciò che cantava. In questo gioco di specchi la goduria del fruitore battistiano è assicurata. A patto che non faccia il pigro: pretendendo cioè, a priori, di “sedersi” soltanto sopra il Battisti storico, e snobbando quello ermetico e “confuso”. Perchè, così facendo, quell'ascoltatore oltre a precludersi un'esperienza musicale deliziosa, si comporterebbe proprio come quei critici che- sempre in ritardo- non si erano accorti che i brani sentimentali Battisti- Mogol erano capolavori, per poi (buffa la vita...) accanirsi contro lavori come Hegel, in quanto “preferivano” quello classico, rimuovendo mentalmente le loro stroncature di un tempo. Oggi che solo un fesso può considerare- da qualsiasi punto la si veda- in modo supponente la splendida epopea battistiana; oggi che- ahinoi- lui ci ha lasciati (vent'anni il 9 settembre 2018) restiamo golosi di una produzione musicale ciclopica. E di un doppio gioco che ci rende non solo la generosità e perfezione formale di un compositore tout court, bensì la gioia di entrare in "due mondi" (come il titolo di una sua grande canzone) artistici diversi ma ugualmente sublimi. Guidati dalla stessa, impareggiabile, voce. Rilassati come quando da bambini nostra madre, o qualche parrucchiera, ci risciacquava lo shampoo dai capelli.

Ah ! Come sono vivace come uno che tace
e ci si domanda chi ha fiatato
e ognuno si voltò dall'altro lato
credendo di aver pronunciato
lui stesso quella frase “chi ha parlato all'autista”
che pronuncia il discorso
più lungo che esista
al ritorno la strada restò sola
e le corsie incontrandosi
non dissero nemmeno una parola
(L'apparenza, dall'album omonimo, 1988)

Che ne sai tu di un campo di grano
poesia di un amore profano
la paura d'esser presa per mano
che ne sai...
(Pensieri e parole, da Lucio Battisti vol. 4, 1971)

Sogno di abbracciare un amico vero
che non voglia vendicarsi su di me
di un suo momento amaro
e gente giusta che rifiuti di esser preda
di facili entusiasmi
e ideologie alla moda
(Una giornata uggiosa, dall'album omonimo, 1980)

Ma un ramo calpestato 
ed ecco che 
ritorno col pensiero
e ascolto te
il passo tuo
il tuo respiro dietro me
(La luce dell'est, da Il mio canto libero, 1972)